Jane Austen, da Ragione e sentimento

“Ammira come un innamorato, non come un intenditore. Per soddisfare me, queste due caratteristiche devono essere unite. Non potrei essere felice con un uomo il cui gusto non coincidesse sotto tutti i punti di vista con il mio. Deve condividere tutte le mie emozioni; gli stessi libri, la stessa musica devono incantarci entrambi. Oh! mamma, com’è stata fiacca, com’è stata banale la maniera in cui Edward ha letto ieri sera! Ho patito molto per mia sorella. Eppure lei l’ha sopportata con molta compostezza, sembrava non accorgersene. Sono riuscita a stento a restare seduta. Sentire quei bellissimi versi che spesso mi hanno fatto quasi impazzire, pronunciati con una tale impenetrabile calma, con una così orribile indifferenza!”

“Avrebbe certamente reso più giustizia a una prosa semplice ed elegante. In quel momento l’ho pensato, ma tu hai voluto
dargli Cowper. [nota]”

“Ma come mamma, se non riesce a scuoterlo nemmeno Cowper! Però bisogna ammettere che i gusti possono essere diversi. Elinor non ha le mie stesse emozioni, e quindi può passarci sopra, ed essere felice con lui. Ma mi avrebbe spezzato il cuore, se fossi stata io ad amarlo, sentirlo leggere con così poco sentimento. Mamma, più conosco il mondo, più mi convinco che non incontrerò mai un uomo di cui mi possa innamorare. Sono così esigente! Dovrebbe avere tutte le virtù di Edward, ma la figura e i modi dovrebbero impreziosire la sua bontà con ogni possibile incanto.”

“Ricordati, tesoro mio, che non hai ancora diciassette anni. È troppo presto per abdicare a una tale felicità. Perché dovresti essere meno fortunata di tua madre? Solo in una cosa, Marianne mia, possa il tuo destino essere diverso dal mio!”.

Jane Austen, Ragione e sentimento

[Nota]: William Cowper (1731-1800) era un poeta molto apprezzato da J.A. Il nipote James-Edward Austen-Leigh, nella biografia della zia scrive: “Amongst her favourite writers, Johnson in prose, Crabbe in verse, and Cowper in both, stood high.” (“Tra i suoi scrittori preferiti spiccavano Johnson per la prosa, Crabbe per la poesia e Cowper per entrambe.”).

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Carolina Turroni ❤

-” Mia cara Viviana, le parole a volte servono per nascondere, ed altre per svelare.
Io non ho nascosto quello che avrei dovuto tenere per me, le mie intimità del cuore ed ho svelato, invece, quello che me stesso – si, me stesso – e gli altri non eravamo pronti ad accogliere.
Sono andato contro alle leggi naturali della scrittura, nell’infantile illusione della verità.
E pago, amaramente pago, l’aver aperto troppe porte, l’aver troppo amato, l’aver parlato con troppa libertà confidando in una purezza che, in fondo, era soltanto mia. E che, ancora più in fondo, forse non era neanche giusta. Non mi si perdona l’eccesso di sincerità ma, più di ogni altra cosa, non mi si perdona l’eccesso di sensibilità .
In questo sono diverso da ogni altra creatura, ed esprimendomi con il linguaggio della diversità e dell’unicità che m’appartiene più dello stesso sangue, spesso non mi mostro per ciò che sono. O meglio, mi mostro talmente tanto, che, alla fine….. non mi si vede neanche più. “-

“Gli anni prima del vivere” di Carolina Turroni

♡♡♡

“Noi crediamo di poter scoprire cos’è l’amore, ma in realtà è l’amore a farci scoprire cosa noi siamo davvero “.

●●●

Ho scoperto Carolina Turroni attraverso la sua Pagina Facebook, gestita dal marito. Quando la scoprii, lei passò anche nella mia pagina e apprezzò i miei pensieri, mi pare che ne condivise anche uno, ed io ne rimasi lusingata, dato che la mia ammirazione nei suoi confronti era già (ed è ancora) tanta. La reputo tra le pagine migliori di Facebook, perché i suoi pensieri sono singolari, commoventi, ricchi di vita. La pagina è purtroppo ferma da più di un anno, nei commenti scrisse che non stava bene in salute… poi, è calato il silenzio.
Vi invito a perdervi nei suoi preziosi pensieri ❤ non ve ne pentirete.

Sei poesie di Clemente Reboraʉϫ

Dimmi che esisti – non chiedo altro:
Il resto al cuore io domando.
Sete ingannata da ogni coppa,
Senza il sapor della tua bocca,
Riposo illuso in ogni sonno
Senza il ristoro del tuo corpo,
Dimmelo sempre che ci sei,
Comunque la tua vita speri.
La creatura in te più vera
Ogni vicenda a me la svela,
La lontananza ansiosa dice
L’amor che accanto ammutolisce;
Ma so, non so, so che tu sola
Puoi dirmi: esisto – e dillo ancora.

✴✴✴

Dall’immagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
Ma deve venire,
Verrà, se resisto
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
Del suo e mio tesoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.

✴✴✴

Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.
Speravo nel tempo, ma passa, trapassa;
In cosa creata: non basta, e ci lascia.
Speravo nel ben che verrà, sulla terra:
Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.

Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato
La Voce d’Amore che chiama e non langue:
Ed ecco la certa speranza: la Croce.
Ho trovato Chi prima mi ha amato
E mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco,
Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito,
L’Amore che dona l’Amore,
L’Amore che vive ben dentro nel cuore.

Amore di Cristo che già qui nel mondo
Comincia ed insegna il viver più buono:
Felice amore di Spirito Santo
Che trasfigura in grazia e morte e pianto,
D’anima e corpo la miseria buia:
Eterna Trinità, dove alfin belli
– Finendo il mondo – saran corpi e cuori
In seno al Padre con la dolce Madre
Per sempre in Cristo amandosi fratelli,
Alleluia.

✴✴✴

Qualunque cosa tu dica o faccia
c’è un grido dentro:
non è per questo, non è per questo!
E così tutto rimanda
a una segreta domanda…
Nell’imminenza di Dio
la vita fa man bassa
sulle riserve caduche,
mentre ciascuno si afferra
a un suo bene che gli grida: addio!

✴✴✴

Lucciola, io ti chiudevo
Nella man come in cuore,
Perché nell’ombra lieve
Il palpitante lume
Ti paresse un gran sole.

Lucciola, io non vedevo
Che la tua vita è altrove,
Su speranze leggere
Un pullular di luce
Quante sono le stelle.

Lucciola, apro la mano:
A me rimane il folle
Fosforo nelle vene,
A te caldo un barlume
Di proteggente culla.

✴✴✴

Respira il lago un palpito sopito
e dan le stelle battiti di ciglia
divini: appare il mito
dei monti e origlia.

Per ogni seno l’ora intima scende
dalla campana: e silenzio indi vive;
ogni cosa s’intende
tra foci errando e sorgive.

Sopra gli uomini, in vere leggi pure,
accomuna il mistero della sorte
allegrezze e sciagure:
del male è il bene più forte.

Respira il lago un palpito sopito
e dan le stelle battiti di ciglia
divini: appare il mito
dei monti e origlia.

Per ogni seno l’ora intima scende
dalla campana: e silenzio indi vive;
ogni cosa s’intende
tra foci errando e sorgive.

Sopra gli uomini, in vere leggi pure,
accomuna il mistero della sorte
allegrezze e sciagure:
del male è il bene più forte.

Clemente Rebora (all’interno del link, la sua biografia)

Da “La ragazza dello sputnik”, Murakami

Ogni volta che mi accingo a parlare di me, vengo colto però da una leggera confusione. A mettermi in difficoltà è il classico paradosso che si racchiude nella domanda «Chi sono io?». Ovviamente, dal punto di vista della quantità di informazioni sull’argomento, non esiste al mondo nessuno che possa saperne su di me più di me stesso. Ma quando io mi trovo a parlare di me, è inevitabile che il mio io narrato sia filtrato, manipolato, censurato dal mio io narrante, dalla sua scala di valori, dalla sua sensibilità, dal suo spirito di osservazione, nonché da una serie di interessi concreti. Perciò, che grado di verità oggettiva possiederà mai questo io che si racconta da sé? È un problema, questo, che mi sta molto a cuore. Che mi è sempre stato a cuore, fin da quando ho memoria.
Sembra però che la maggior parte della gente non abbia questa preoccupazione. Le persone, se ne hanno l’occasione, parlano di sé usando espressioni di una franchezza sorprendente, del tipo: «Io sono uno talmente sincero e aperto da rendermi ridicolo», «Io sono troppo sensibile per trovarmi bene in un mondo come questo», «Io sono bravo a leggere nel cuore degli uomini». Ma mi è capitato molte volte di vedere persone «troppo sensibili» ferire gli altri senza alcuna necessità. E ho visto anche persone «sincere e aperte» usare la logica per imporre i propri interessi, senza neanche esserne consapevoli. Ho visto infine persone «brave a leggere nel cuore degli uomini» lasciarsi ingannare senza sforzo da adulatori visibilmente insinceri. A questo punto mi sembra naturale chiedersi che cosa ognuno di noi alla fin fine conosca di se stesso.
A forza di ragionare in questo modo, mi sono convinto che sia meglio evitare il più possibile di parlare di me (anche quando potrebbe sembrare necessario). Mentre è cresciuto in me l’interesse a conoscere fatti obiettivi che riguardano altri, altri diversi da me. Ho pensato che imparando a conoscere il posto che questi episodi e personaggi occupano dentro di me, e trovando un equilibrio personale che comprende anche loro, sarei riuscito a cogliere nel modo più oggettivo possibile anche qualcosa della persona che sono io.
Queste sono le idee, o per dirla in modo un po‟ più pomposo, la visione del mondo che ho coltivato nella mia adolescenza. Come un operaio che mette un mattone dopo l’altro, usando il filo a piombo per farli coincidere, costruii dentro di me questo modo di vedere. Basandomi più sull’esperienza che sulla teoria, più sulla pratica che sul ragionamento.
Ma non era facile spiegare agli altri il mio modo di vedere le cose: dovetti impararlo a mie spese in molte situazioni.
Forse per questo, a partire da un certo momento nella mia adolescenza ho cominciato a tracciare un’invisibile linea di confine tra me e gli altri. Stabilivo sempre una precisa distanza tra me e la persona con cui avevo a che fare e, stando sempre attento che quella distanza non si riducesse, studiavo l’atteggiamento dell’altro. Cominciai a non abboccare più a tutte le cose che mi dicevano. L’unico spazio nel quale esprimevo un entusiasmo incondizionato era quello dei libri e della musica. E così, come forse era inevitabile, ho finito col diventare una persona piuttosto solitaria.

Tratto da “Lo Zahir”, di Paulo Coelho

Esther domanda perché gli uomini sono tristi.

“È semplice,” risponde il vecchio. “Vivono imprigionati nella loro storia personale. Tutti sono convinti che l’obiettivo dell’esistenza sia quello di portare a compimento un piano. Nessuno si domanda se quel progetto sia il proprio, o se sia stato pensato da altri. Le persone accumulano esperienze, ricordi, cose e idee altrui – più di quanto possano sostenere. E così dimenticano i propri sogni.”

Esther commenta dicendo che molta gente le confessa: “Tu sei fortunata, sai ciò che vuoi dalla vita. Invece io non so che cosa desidero fare.”

“E invece lo sanno”, replica il nomade. “Molte persone passano la vita dicendo: «Non ho fatto niente di quanto desideravo, ma la realtà è questa.» Se affermano di non aver fatto ciò che desideravano, allora sapevano quello che volevano. Quanto alla realtà, è solo la storia che gli altri hanno raccontato del mondo, e di come dovremmo comportarci in esso.
Ma tanti dicono anche di peggio, e cioè: «Sono contento perché sacrifico la mia vita per le persone che amo.»
Pensi forse che coloro che ci amano desiderino vederci soffrire per loro? Pensi forse che l’amore sia fonte di sofferenza?

“A essere sincera, penso proprio di sì.”

“Invece non dovrebbe esserlo.”

“Ma se dimentico la storia che mi hanno raccontato, scorderò anche alcune cose molto importanti che la vita mi ha insegnato. Perché mi sono sforzata per imparare tanto? Perché mi sono impegnata per accumulare esperienze in modo da saper gestire la mia carriera, il rapporto con mio marito e le mie crisi?”

“Le conoscenze accumulate servono per cucinare, per evitare di spendere più di quanto si guadagna, per coprirsi durante l’inverno, per rispettare alcuni limiti, per sapere i percorsi delle linee delle corriere e dei treni.
Credi, forse, che i tuoi amori passati ti abbiano insegnato ad amare meglio?”

“Mi hanno insegnato a sapere che cosa desidero.”

“Non è questo che ti ho domandato. I tuoi amori passati ti hanno insegnato ad amare meglio tuo marito?”

“Al contrario. Per potermi dare completamente a lui, ho dovuto dimenticare le cicatrici lasciatemi dagli altri uomini. È questo che intende dire?”

“Perché la vera Energia dell’Amore possa permeare la tua anima, deve trovarla come se fosse appena nata. Per quale motivo gli uomini sono infelici? Perché vogliono imprigionare questa energia – e ciò è impossibile. Dimenticare la propria storia personale vuol dire mantenere questo canale pulito, lasciare che quell’energia si manifesti ogni giorno come desidera: significa accettare di essere guidati da essa.”

“Molto romantico, ma molto difficile. Considerando che questa energia è sempre legata a tante cose: impegni, figli, condizione sociale…”

“… e dopo un po’ di tempo, alla disperazione, alla paura, alla solitudine, e a un tentativo di controllare l’incontrollabile. Secondo la tradizione della steppa, il cui nome è «Tengri», per vivere pienamente bisogna essere in continuo movimento: solo così ogni giorno può essere diverso dall’altro. Passando per le città, i nomadi pensavano: «Sono davvero poveri quelli che vivono qui: per loro è tutto uguale.» Probabilmente, «i cittadini» guardavano i nomadi e pensavano: «Povera gente, non riesce ad avere un posto dove vivere.» I nomadi non avevano passato, ma soltanto presente, perciò erano sempre felici – fino a quando i governanti comunisti gli intimarono di smettere di viaggiare e li obbligarono a stare in fattorie collettive. Da allora, a poco a poco cominciarono a credere a quella storia che si reputava fosse la storia giusta. Oggi hanno perso tutta la loro forza.

“Nessuno, oggigiorno, può passare la vita sempre in viaggio.”

“Non si può viaggiare fisicamente. Ma è possibile farlo sul piano spirituale. Spingersi sempre più distante, allontanarsi dalla propria storia personale, da ciò che ci hanno costretto a essere.”

“Come si può fare per liberarsi di questa storia che ci hanno raccontato?”

“Bisogna ripeterla a voce alta: noi rappresentiamo i suoi dettagli principali. E così, a mano a mano che la raccontiamo, ci congediamo da ciò che siamo stati, e – te ne renderai conto quando deciderai di affrontare questo cammino – ci apriamo a un mondo nuovo, sconosciuto. Ripeteremo tante volte quella storia antica, finché non avrà più importanza per noi.”

“Soltanto questo?”

“C’è un particolare: per evitare che nasca dentro di noi una sensazione di vuoto, via via che gli spazi si liberano, dovremo colmarli rapidamente, seppure in maniera provvisoria.”

“Come?”

“Con altre storie, con esperienze che magari non osiamo o non vogliamo avere. È in questo modo che noi cambiamo. È così che l’amore cresce. E quando l’amore cresce, noi diventiamo grandi insieme a lui.”

“Ma, facendo in quel modo, possiamo smarrire alcune cose importanti.”

“No, questo mai. Le cose importanti restano per sempre. Si perdono solo le cose che noi ritenevamo importanti, ma che in realtà erano inutili – come il falso potere di controllare l’energia dell’amore.”

Tratto da “La signora delle camelie”, Alexandre Dumas

“È vero che io non sono niente per voi”, ripresi, “ma se voi lo vorrete, avrò cura di voi come un fratello, non vi lascerò mai sola, e vi farò guarire. E allora, quando ne avrete la forza, riprenderete la vita di oggi, se vi piacerà; ma, ne sono certo, preferirete un’esistenza tranquilla che vi renderà più felice e vi conserverà bella”.

“Voi la pensate così stasera, perché il vino vi ha reso triste, ma non avrete mai la pazienza di cui vi vantate”.

“Permettetemi di ricordarvi, Marguerite, che siete stata ammalata per due mesi, e che in questi due mesi io sono venuto ogni giorno a chiedere vostre notizie”.

“È vero, ma perché non siete mai salito?”.

“Perché ancora non vi conoscevo”.

“Si hanno forse dei riguardi per una donna come me?”.

“Si hanno sempre riguardi per una donna; almeno io la penso così”.

“E così, voi avrete cura di me?”.

“Sì”.

“E starete tutti i giorni con me?”.

“Sì”.

“E anche tutte le notti?”.

“Fino a che non vi annoiassi”.

“Come chiamate tutto ciò?”.

“Devozione”.

“E da dove viene questa devozione?”.

“Dall’irresistibile simpatia che ho per voi”.

“Così siete innamorato di me? Ditelo subito, sarò più semplice”.

“Forse sì; ma non è certamente questo il giorno in cui ve lo dirò”.

“Fareste meglio a non dirmelo mai”.

“Perché?”.

“Perché quella confessione non potrà avere che due risultati”.

“Quali?”.

“O che io non accetti, e allora voi me ne vorrete, o che io accetti, e allora avrete un’amante molto triste; una donna nervosa, malata, malinconica, o allegra d’una allegria più triste del dolore, una donna che sputa sangue e spende centomila franchi all’anno: tutto questo va bene per un vecchio riccone come il duca, ma sarebbe ben noioso per un giovane come voi, e la prova è che tutti gli amanti giovani che ho avuto mi hanno lasciata ben presto”.

Io non rispondevo: la ascoltavo. Quella sincerità che pareva quasi una confessione, quella vita dolorosa che intravedevo sotto il velo dorato che la ricopriva, e alla cui realtà la poverina tentava di sfuggire nei bagordi, nell’ebbrezza e nelle notti di veglia, tutto questo mi faceva un’impressione così forte che non riuscivo a pronunciare una parola.

“Suvvia!”, continua Marguerite, “stiamo dicendo delle bambinate. Datemi la mano e torniamo in sala da pranzo. Non devono capire il significato della nostra assenza”.

“Andate, se volete, ma io vi chiedo il permesso di restare qui”.

“Perché?”.

“Perché la vostra allegria mi fa troppo male”.

“Allora sarò triste”.

“Ascoltate, Marguerite, lasciate che vi dica una cosa che certo vi è stata tante volte ripetuta, e a cui l’abitudine vi impedirà forse di credere, ma che non per questo è meno vera, e che io non vi ripeterò mai più”.

“Ed è?…”, chiese lei col sorriso delle giovani madri che ascoltano una fantasia del loro bambino.

“Ed è che da quando vi ho vista, non so come non perché, avete preso tanto posto nella mia vita; è che ho cercato di allontanare la vostra immagine dalla mia mente, ma essa è sempre ritornata; è che da oggi, quando vi ho incontrata, dopo due anni che non vi vedevo, avete acquistato sul mio cuore e sul mio spirito un ascendente ancora maggiore; è che, insomma, adesso che mi avete ricevuto, che vi conosco, che so tutto quello che c’è di strano in voi, mi siete diventata indispensabile, e che impazzirei, non solo se non mi amaste, ma anche se non mi permetteste di amarvi”.

Alexandre Dumas, La signora delle camelie

Di Anton Cechov

Lui aveva due vite: una chiara, visibile a tutti e nota a tutti, come doveva essere, piena di verità convenzionali e di convenzionali inganni, simile in effetti alla vita dei suoi conoscenti e amici, e poi un’altra che si svolgeva in segreto. E per una strana coincidenza delle circostanze, forse casuale,tutto ciò che per lui era importante, interessante, insostituibile, ciò in cui era sincero e non ingannava se stesso, ciò che costituiva il seme della sua vita, si svolgeva di nascosto agli altri, e ciò che era la sua menzogna, l’involucro di cui si avvolgeva, per nascondere la verità, come, per esempio, il proprio impiego in banca, le discussioni al circolo, la sua “razza inferiore”, il presentarsi con la moglie ai giubilei, – tutto ciò era visibile.
E lui, partendo da se stesso, giudicava gli altri, non credeva a quel che vedeva e supponeva sempre che in ogni persona sotto il manto del segreto, come sotto il manto della notte, si svolgesse la vera vita, quella interessante. Ogni singola esistenza restava segreta, e, forse, in parte è per questo motivo che l’uomo civilizzatosi adopera tanto nervosamente per preservare la propria vita privata. […]

Per lui era evidente che questo loro amore non sarebbe finito presto, sarebbe durato chissà quanto. Anna Sjerghjevna si era attaccata a lui sempre più fortemente, lo adorava, e sarebbe stato inconcepibile dirle che tutto questo alla lunga sarebbe giunto ad una qualche fine; e poi lei non lo avrebbe creduto.

Le si avvicinò e la prese per le spalle, per accarezzarla, scherzare, ma in quel momento si scorse nello specchio.

La sua testa cominciava a diventare grigia. E gli sembrò strano che negli ultimi anni fosse così invecchiato, così imbruttito. Le spalle su cui poggiavano le sue mani erano calde, erano calde e fremevano. Provò pietà per quella vita, ancora così calda e bella, ma, senza dubbio, già prossima ad illanguidirsi e ad appassire, come la sua vita.
Per quale motivo lei lo amava così? Lui da sempre appariva alle donne diverso da quello che era e loro amavano in lui non la persona stessa, bensì la persona
creata dalla loro immaginazione e che loro avevano cercato febbrilmente, per tutta la vita; e poi, quando si accorgevano del loro errore, continuavano ad amarlo comunque. Eppure nessuna di loro era stata felice con lui.
Il tempo passava, si conoscevano, si accostavano, si separavano, ma lui non aveva amato neppure una volta; era stato tutto quello che volete, ma non era stato amore.
E solo adesso, quando il capo gli stava diventando grigio, aveva amato come si deve, autenticamente, per la prima volta in vita sua.

“tutto in questo mondo è meraviglioso, tutto, all’infuori di quello che noi stessi operiamo e pensiamo quando dimentichiamo i fini ultimi dell’esistenza, la nostra dignità umana.”

Del passato gli era rimasto impresso il ricordo di donne spensierate, benevole, rese allegre dall’amore, che gli erano grate per quella sia pur brevissima felicità; di altre – come ad esempio sua moglie – che amavano senza sincerità…; e di altre ancora, molto belle, fredde, sul cui volto balenava d’un tratto un’espressione rapace il desiderio caparbio di prendere, di strappare alla vita più di quanto potesse concedere, e queste erano donne non più giovanissime, capricciose, irragionevoli, autoritarie, poco intelligenti.

Qui, invece, sempre quella timidezza, la goffaggine della gioventù inesperta, un senso d’imbarazzo; e un’impressione di smarrimento, Anna Sergeevna, la «signora col cagnolino», spirava la purezza della donna onesta, ingenua, inesperta.

Anton Cechov, La signora col cagnolino

Fotografie

Ci sono fotografie nelle quali non mi riconosco.
Il mio io vigliacco nel guardarle
mi obbliga a pensare che esisto in una sola
e non nella somma di chi sono
con l’altra che mi sostituisce nell’immagine.
È dura credere che anche quella sconosciuta sono io
quella donna sospesa e brutta
con un volto che senza essere il mio non è estraneo.
Comprendere il mondo può essere anche questo:
accettare di essere colei che non conosco.

L. Mendinueta

Credi che non ti capisca?

Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento.
Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. Nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia. Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Non ti pare? Questo è ciò che si crede ma non basta celarsi perché, vedi, la vita si manifesta in mille modi diversi ed è impossibile non reagire. […]

Dal film “Persona”, monologo

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